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Le persone non vedenti subiscono più ricoveri ospedalieri

Nel corso del 2013 è stato pubblicato sul British Journal of Ophtalmology un articolo di Julie M. Crewe ed altri* relativo alla “Mortalità e morbilità ospedaliera di persone in età lavorativa affette da cecità”, nel quale si valuta se la cecità di soggetti di età compresa tra 18 e 65 anni può comportare un maggior tasso di mortalità, di ospedalizzazione e di durata della degenza.
Per realizzare lo studio sono stati seguiti un gruppo di 419 “ciechi legali” e un analogo gruppo di 419 persone normo vedenti, appaiate per sesso ed età, per i quali sono state esaminate 12258 diagnosi di dimissione ospedaliera registrate in un periodo di 11 anni. Nel gruppo dei ciechi si sono osservati una mortalità specifica per età superiore a quello della popolazione generale (12/1000 anni persona contro 1.8/1000 anni-persona), e un numero maggiore di ricoveri (1.5 volte superiore a quello osservato nel gruppo di controllo). Maggiore era anche il numero di giornate di degenza rispetto al gruppo dei normovedenti (2.2 volte superiore).
Le diagnosi più rappresentate sulle cartelle di dimissione erano soprattutto relative a condizioni di ordine psichiatrico o comportamentale, dopo gli interventi per dialisi e le patologie endocrine.
Gli autori concludono che il riconoscimento dello stato di cieco può fare presumere di per sé un più frequente ed esteso tasso di utilizzo dei servizi sanitari.
Quindi la promozione e l’informazione sull’esistenza di specifici servizi di riabilitazione, ma anche la facilitazione al loro accesso, potrebbero rivelarsi misure utili per ridurre da un lato il maggior carico di spesa sul servizio sanitario, dall’altro l’incidenza della depressione e di altri problemi mentali in questa categoria di persone.

* Br J Ophtal doi: 10.1136/bjophtalmol-2013 – 303993.