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Monica Gori: «Le mie invenzioni per i bimbi non vedenti»

Donne e pioniere eccellenti, che studiando le «scienze dure» e contribuiscono a cambiare il mondo. Ma sono ancora troppo poche. Abbiamo parlato con Monica Gori, ricercatrice dell'IIT, donna, mamma e scienziata Vanno nello spazio, scoprono nuove molecole, forniscono contributi essenziali alle «scienze dure» come la matematica, l’astronomia, la chimica e la biologia, ottenendo risultati eccellenti. La scienza non è donna? Macché, chi lo dice non sa di cosa parla. Basta solo nominarne alcune per capire che anche in questo campo, solo pregiudizi e stereotipi impediscono loro di emergere come meriterebbero. Marie Curie, Rita Levi Montalcini, Virginia Apgar, Hedy Lamarr. Donne e pioniere eccellenti, vissute lottando in quei decenni del Novecento che hanno visto cambiamenti scientifici epocali e di cui sono state protagoniste assolute. E oggi, come allora, ce ne sono di altrettante in gamba: Ilaria Capua, Elena Cattaneo, Samantha Cristoforetti, Fabiola Giannotti, solo per fare i nomi più noti. Abbiamo parlato con Monica Gori, mamma e ricercatrice dell’IIT, Istituto Italiano di Tecnologia, esperta di sviluppo, integrazione multisensoriale, riabilitazione e disabilità visiva. Lavora con i bambini non vedenti e per loro ha realizzato nuovi strumenti per facilitare la loro capacità di interagire con l’ambiente e con gli altri bambini. Monica Gori, mamma e ricercatrice, che cosa significa e come si fa a tenere insieme le cose? «Non è impossibile. Significa dedicare il tempo giusto ad entrambe le cose e avere un marito, ricercatore come me, che aiuta e capisce le difficoltà».
Lei lavora ogni giorno con la tecnologia e si è dedicata ai bambini che non possono vedere. Che cosa ha immaginato e realizzato per loro? «Esatto, lavoro con loro da circa 15 anni. Per questi bimbi stiamo sviluppando nuovi strumenti per facilitare la loro capacità di interagire con l’ambiente e con gli altri bambini. La disabilità visiva nel bambino compromette il suo sviluppo psicomotorio, sociale ed emotivo provocando gravi problemi nella sua inclusione nella società e nel mondo scolastico. Queste barriere possono essere attenuate usando tecnologie innovative che si propongano di migliorare la cognizione spaziale in modo da aumentare le capacità di mobilità e arricchire le interazioni intrapersonali». Perché l’interesse proprio verso i bambini? «Perché i primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo delle capacità cognitive, percettive, motorie e sociali. In questo periodo il cervello è più plastico e l’intervento può produrre effetti maggiori. E poi perché è fondamentale dare un supporto che permetta a tutte le persone di sentirsi parte dello stesso ecosistema nonostante la presenza di disabilità o di problematiche legate allo sviluppo. Se c’è inclusione, allora ci sono bambini felici di essere parte della società».
Parliamo dei due progetti di cui si occupa: primo fra tutti «Abbi»… «Abbi è un braccialetto sonoro che migliora la percezione spaziale in bambini non vedenti. La ricerca ha dimostrato che la percezione spaziale nel bambino senza disabilità sensoriali si sviluppa grazie all’interazione tra il senso della visione e il movimento: cioè il bambino vedente osserva le conseguenze delle proprie azioni e di quelle degli altri durante il movimento. Il bambino non vedente non lo può fare e infatti la ricerca dimostra che gli individui con disabilità visiva hanno problemi a percepire lo spazio. La nostra idea è sostituire la visione con l’udito e quindi fornire al bambino un feedback acustico delle proprie azioni, in modo che possa più facilmente capire come è fatto il proprio corpo e come è strutturato lo spazio intorno a lui». Si tratta di un progetto europeo. Chi è stato coinvolto? «Sì, ABBI è il risultato di un progetto europeo che ho coordinato con Gabriel-Baud-Bovy di IIT e che ha coinvolto in Italia l’Istituto Chiossone di Genova, l’IRCCS Nostra Famiglia di Lecco e IRIFOR di Trento. ABBI ha ricevuto un finanziamento di 2 milioni di euro dalla comunità europea per testare l’efficacia di questo braccialetto su una popolazione di bambini non vedenti da 3 a 18 anni. Abbiamo svolto training di tre mesi in cui i bambini svolgevano alcuni esercizi spaziali, come ad esempio localizzare dei suoni nello spazio, e sociali come adattare dei giochi come mosca cieca o un due tre stella per bambini non vedenti, sostituendo gli stimoli visivi con quelli acustici e abbiamo osservato che il gruppo di bambini con disabilità visiva che ha svolto il training con ABBI migliorava in queste capacità rispetto al gruppo di bambini che non lo aveva svolto. Stiamo adesso finalizzando l’ottimizzazione del dispositivo ABBI che contiamo di commercializzare nel prossimo anno». Il secondo progetto si chiama weDraw, un nuovo metodo di insegnamento della matematica… «Sì, weDraw propone un nuovo metodo e tecnologie per l’insegnamento della matematica basata su modalità sensoriali multiple. weDRAW propone di definire un nuovo approccio pedagogico interattivo e attento alle reali abilità dei bambini. Le tecnologie di weDraw consentono agli insegnanti di progettare attività educative il più possibile adatte alle esigenze specifiche dei loro studenti, anche quando sono presenti disabilità, come quella visiva. Grazie al metodo weDraw sono stati sviluppati quattro giochi educativi, in cui angoli, frazioni, trasformazioni di oggetti tridimensionali sono associati a suoni, vibrazioni e movimenti del corpo. I nostri risultati scientifici hanno dimostrato che l’uso di questi giochi può migliorare la comprensione dei concetti matematici in un modo alternativo nei bambini di età dai 6 ai 10 anni».
Progetti futuri, ce ne sono già? «Per il prossimo futuro stiamo applicando i risultati di weDRAW e di ABBI a nuovi contesti come l’apprendimento della scienza e a nuove disabilità come la disabilità acustica e motoria». Dalla psicologia alla tecnologia. Come è stato il suo percorso, cosa l’ha attratta della tecnologia? «Sono nata come psicologa studiando con il professor David Burr al CNR di Pisa e ho fatto un dottorato di ricerca in tecnologie umanoidi all’IIT con il professor Giulio Sandini. Queste due figure, che riconosco come i miei padri scientifici mi hanno trasmesso tutte le loro conoscenze e mi hanno fatto capire che non esiste tecnologia senza scienza di base ma anche che la scienza può essere un tramite per validare la tecnologia sviluppata. Proprio come il mio percorso, adesso coordino un gruppo di 15 persone metà psicologi e metà ingegneri, metà donne e metà uomini dove io che ho 38 anni sono la più anziana». Dicono che la scienza non sia donna, ma ovviamente la sua presenza e quella delle altre ricercatrici che stanno avendo grande successo, smentisce questa convinzione. Le cose stanno cambiando davvero? «Conosco grandi scienziate donne che come me riescono a tenere insieme famiglia e scienza. D’altro canto, purtroppo molte ricercatrici che conosco hanno lasciato la ricerca dopo l’arrivo dei figli. Molte mamme come me hanno dovuto cambiare città per lavoro e non hanno nonni che possono dare supporto. Sicuramente c’è stato un miglioramento rispetto al passato, ma c’è ancora molto da fare». Che differenza c’è (se c’è) tra lo sguardo di un uomo e quello di una donna sul mondo della scienza? «Secondo me la differenza sta su come ciascun ricercatore interpreta il metodo scientifico più che sul genere del ricercatore. Per quanto mi riguarda la mia interpretazione del metodo scientifico passa dalla creatività». Lei ha lavorato all’estero e in Italia. Che differenze ci sono? «L’Italia offre aspetti positivi e negativi. Mentre per esempio da un lato in Italia la burocrazia è spesso lunga, dall’altro lato mi offre la possibilità di potermi interfacciare in modo efficace con bambini e centri di riabilitazione. Grazie a più di 10 anni di lavoro con queste strutture abbiamo creato una rete unica di bambini sia con che senza disabilità che ci supportano nel nostro lavoro. È stato un lavoro faticoso all’inizio possibile grazie all’apertura di strutture ospedaliere e riabilitative molto all’avanguardia e al supporto interdisciplinare che IIT può offrire». Che cosa le piacerebbe realizzare che ancora non è riuscita a fare?
«In futuro vorrei sviluppare nuove tecnologie a supporto della riabilitazione di bambini ancora più piccoli, magari partendo dai primi mesi di vita. Nel farlo stiamo iniziando a collaborare con la dottoressa Sabrina Signorini dell’IRCSS Mondino. Credo che l’intervento precoce con l’uso di nuove tecnologie a supporto della riabilitazione nel bambino con disabilità visiva sia una strada veramente importante da percorrere. La creazione di nuove tecnologie intelligenti e personalizzate che permettano l’inclusione di persone con disabilità visiva è infatti uno dei principali obiettivi della nostra società. Molti degli strumenti presenti sul mercato non sono tuttavia accettati ed usati e non possono essere usati dal bambino. Abbiamo iniziato a lavorare con ABBI e weDRAW, continueremo con nuove tecnologie che possano essere usate sin dai primi mesi di vita». Simona Sirianni