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La lezione umana di Nicolodi

Una granata lanciata dagli austriaci, sul Monte Sei Busi, una collinetta dove oggi sorge il Sacrario di Redipuglia. Divenne cieco e questo cambiò non solo la sua vita, ma anche la vita di tutti i ciechi italiani. Aurelio Nicolodi, infatti, viene ricordato per essere il padre dell’Associazione dei non vedenti, quell’Unione italiana Ciechi che è frutto di una sua intuizione e della sua determinazione. Fino a quel momento, i ciechi non solo vivevano per lo più di carità, ma non avevano nemmeno alcun diritto, erano considerati inabili, avevano l’obbligo di tutore. Proprio l’incubo del “cieco mendicante” - racconta Nicolodi - fu la molla che lo portò a intraprendere una strada che si concretizzò sin dall’inizio con scelte controcorrente: «Ai ciechi le cose dei ciechi», diceva. E così proprio fu lui il primo direttore (a Firenze, nel 1917) di un istituto per non vedenti. E ancora: “i ciechi non esistono, esistono persone che non vedono”, per ribadire che i ciechi hanno parità di diritti e di doveri degli altri cittadini. Una ribellione alla sua menomazione che si è via via trasformata in un percorso rivoluzionario per l’epoca, ma che anche oggi mantiene le caratteristiche di grande modernità. Era un uomo di grandi passioni e di grandi sogni. Era un utopista, ma era anche straordinariamente pragmatico. Nel 1919, nell’Italia dei tanti analfabeti, fondò un giornale (“Il Corriere dei Ciechi”) perché nulla si può cambiare se non c’è scambio di opinioni e condivisione delle conoscenze. Poi, nel 1920, al congresso di Genova, rompendo una schema che sembrava consolidato, mise assieme «tutti i fratelli in ombra», i ciechi di guerra e i ciechi civili. Fu un esperimento che non ha molti uguali nei paesi europei e che consentì all’Unione Italiana Ciechi di diventare vera e propria categoria. Per i ciechi italiani, nulla fu come prima. Non a caso, tutti i non vedenti considerano Aurelio Nicolodi una sorta di “padre”, il fondatore non solo dell’Unione, ma il precursore di strade che all’inizio non tutti compresero. Come quella di invitare i ciechi ad abbandonare la strada del pietismo, della carità e dell’assistenzialismo. A diventare protagonisti della loro vita. «Non di carità abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno innanzitutto i scuole e istruzione - ripeteva - di formazione e lavoro». Proprio la questione del lavoro per i non vedenti divenne una scommessa della sua vita. A Firenze - dove visse e dove è sepolto - realizzò le fabbriche dei ciechi: «perché se non ci danno lavoro, dobbiamo esser noi a fare le fabbriche, a gestirle e a dare lavoro anche a chi non è cieco.» Proprio sulla questione del lavoro, nel 1931, a New York, portò il suo contributo al congresso dell’organizzazione mondiale dei ciechi di cui divenne uno dei protagonisti. Così come in Italia si adoperò perché venissero tolte tutte le limitazioni per l’impegno dei ciechi nell’insegnamento e in tutte le altre professioni sino ad allora precluse ai non vedenti. Sposato con una ragazza napoletana conosciuta nei primi anni di cecità (era una delle volontarie in aiuto ai disabili), padre di quattro figli, abile uomo di affari, morì a Firenze nel 1950 a 56 anni. Dal 1920 al 1945 fu Presidente dell’Unione Ciechi. Poi ne divenne Presidente Fondatore. Fu indiscutibilmente vicino al Regime, ma dopo il 1943 fu attivo nella residenza fiorentina. Sognatore e uomo pragmatico, imprenditore e attento politico, segnò la storia della disabilità da superare non con l’assistenza, ma con la scuola e il lavoro. Una figura lontana, ma straordinariamente moderna. E che, proprio per questo, cento anni dopo l’incidente che lo rese cieco merita di essere riscoperta e conosciuta.
Giorgio Lunelli