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Una luce oltre il buio

La presentazione

A cento anni dalla mutilazione della vista di Aurelio Nicolodi, giovane irredentista trentino, volontario nella Grande Guerra quale ufficiale nell’esercito italiano, un libro scritto dai giornalisti Alberto Folgheraiter e Giorgio Lunelli ne ricostruisce la biografia. Il volume “Aurelio Nicolodi. Una luce nel buio dei giorni” – 200 pagine – edito da Curcu&Genovese per conto dell’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, viene presentato venerdì 24 luglio alle 17 a palazzo Geremia a Trento.
Nella mattinata del 24 luglio, la prima copia del volume in formato “Braille”, dell’audio-libro e del volume “in nero” sarà consegnata al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che riceverà al Quirinale i due autori, il presidente della cooperativa Irifor, Ferdinando Ceccato, e il presidente Nazionale dell’Unione ciechi, Mario Barbuto.
La presentazione di venerdì pomeriggio, a Trento, coordinata dal giornalista della Rai Alessandro Forlani, divenuto cieco qualche anno fa, è accompagnata dall’esibizione di due cori di montagna: il “Dolomiti” di Trento, e il “Piramidi” di Segonzano.
Vita Trentina ha chiesto a uno dei due autori una breve sintesi del volume.

Aurelio Nicolodi un libro per il fondatore dell’Unione Italiana Ciechi 

Ad Aurelio Nicolodi la città di Trento ha intitolato una scuola e una via, ma ben pochi conoscono la sua vicenda umana. Quando, nel 1915, l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria, un giovane geometra “austriaco di lingua italiana” decise di arruolarsi nel Regio Esercito. Si chiamava Aurelio Nicolodi, era figlio si Salvatore, il quale, pur di origine trentina (il capostipite eri di Cembra), da qualche anno aveva trasferito la famiglia “all’estero”, vale a dire in Italia. La mamma, Pia Brugnara, era una contadina di Lisignago.
Aurelio Nicolodi era nato a Trento il 1° aprile 1894. Al battesimo, nella basilica di S.Maria Maggiore, furono imposti al bambino vari nomi: Aurelio, Secondo, Nicolò e Maria. Aurelio aveva tre anni, quando la famiglia Nicolodi si trasferì da Trento ai masi di Canaci (oggi: Canazzi), a mezza costa tra San Michele e Faedo, in valle dell’Adige, dove il papà aveva avviato i lavori per la costruzione di una cantina.
Grazie alla condizione agiata della famiglia, Aurelio Nicolodi aveva potuto frequentare le scuole superiori. Conclusi gli studio in Francia e in Belgio, diplomato geometra, si era trasferito per qualche mese a Buenos Aires per lavorare alle dipendenze delle ferrovie argentine. Tornato in Europa, nel 1914 aveva frequentato un corso per allievi ufficiali dell’Esercito Italiano. Alla dichiarazione di guerra all’Austria si era offerto volontario per il fronte. Aurelio Nicolodi fu inviato sul Carso, quale sottotenente del 112° Reggimento di fanteria. Due mesi dopo, il 25 luglio 1915, nel corso della seconda battaglia dell’Isonzo, sul monte Sei Busi, rimase ferito agli occhi da una granata austriaca. Fu il primo ufficiale dell’Esercito italiano a essere insignito sul campo di medaglia d’argento al valor militare. Aurelio Nicolodi era uno delio oltre ottocento irredentisti-interventisti trentini, fuoriusciti in Italia e arruolati volontari contro l’Austria, convinti che soltanto la guerra avrebbe potuto “redimere” il Trentino.
Irrimediabilmente cieco, si trasferì a Firenze, dove nel 1917 contribuì a formare la “Legione dei Volontari trentini”. Pochi mesi prima, pure a Firenze, Aurelio Nicolodi aveva fondato “l’Associazione nazionale per i cechi di Guerra.” Nel 1920, avrebbe dato vita, a Genova, alla “Unione italiana ciechi”, fondendo in questa l’associazione dei ciechi civili, della quale fu presidente nazionale per venticinque anni.
Nonostante la menomazione della visita – nel frattempo, Aurelio Nicolodi si era laureato a Roma in Economia e Commercio – fu subito un vulcano di iniziative e di idee. Fondò il “Corriere dei Ciechi”, periodico a caratteri in rilievo con il sistema Braille.
Nel 1921 fu istituita la Federazione Nazionale delle Istituzioni tra i ciechi per il coordinamento del lavoro e delle riforme da attuare.
Forte del suo prestigio di medaglia al valor militare, Aurelio Nicolodi riuscì a far trasferire dodici Istituti per i ciechi dalle dipendente del Ministero dell’Interno a quello della Pubblica Istruzione. In tal modo ottenne dal Governo cospicui stanziamenti per il miglioramento delle strutture e del materiale didattico. L’istruzione ai ciechi divenne obbligatoria.
Nel 1924 fondò la stamperia nazionale Braille; quindi la biblioteca circolante (con sede a Monza) con migliaia di opere spedite a domicilio su richiesta degli invalidi della vista.
Si era già speso nell’istituzione di cooperative edilizie fra mutilati e invalidi di guerra, mentre nel 1928, a Firenze, aveva avviato un Istituto Professionale per ciechi. Fu fabbricato un imponente edificio che fu inaugurato nel 1931. Quell’anno, al congresso mondiale dei ciechi a New York, Nicolodi aveva illustrato il programma della sua opera: istruzione, lavoro, assistenza. In particolare, vista la difficoltà personale di trovare un lavoro per i “fratelli d’ombra”, come li chiamava, aveva ottenuto dal governo fascista l’istruzione dell’Ente Nazionale di Lavoro per i ciechi. Inoltre, in forza di una convenzione, lo Stato si era impegnato ad affidare all’Ente il 15% delle proprie commesse militari. Tra Roma, Firenze, Milano e Biella furono aperti laboratori per la filatura della lana, tessitura meccanica, maglifici e calzaturifici che davano lavoro a oltre seicento ciechi coadiuvati da altrettanti vedenti.
Si avvicinava nuovamente la guerra. Nicolodi, dopo aver allestito una tipografia professionale presso l’Istituto Nazionale di Firenze, avviò corsi speciali per Marcofonisti e Aerofonisti non vedenti per il servizio nella Marina e nell’Esercito.
Dopo la guerra fu nuovamente attivo nell’edilizia popolare con la costruzione di centinaia di abitazioni per i ciechi. Se, come soldato, fu decorato di medaglia d’argento, come organizzatore e imprenditore fu nominato Cavaliere del Lavoro.
Aurelio Nicolodi morì a Firenze il 27 ottobre 1950. Fu sepolto nel cimitero di S.Stefano, nella tenuta di 400 ettari che aveva acquistato a Castiglioni di Rufina, accanto a un’antica pieve (XII secolo) e alla scuola che aveva fatto costruire per i figli dei fattori.

(di Alberto Folgheraiter)