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“Mi sono perso nel buio”

(tratto da “Vita Trentina” – 27 aprile 2014)

Il racconto del chitarrista che si è cimentato a luci spente

Nel momento stesso in cui mi è stato proposto di fare un “Concerto al Buio” ho capito che mi sarei trovato di fronte a un’opportunità. Ho capito che sarei stato folle, oltre che pavido, se avessi rifiutato. Non avevo mai suonato nell’oscurità completa, sapevo che mi sarei dovuto mettere alla prova, ma una parte di me era convinta di essere quasi allenata. Quella parte di me si ripeteva che in fondo spesso i miei occhi sono chiusi durante le esibizioni, e che solo rarissimamente il mio sguardo ha bisogno di posarsi sulla chitarra per fornire alle mani una bussola. Mi è bastata una breve prova per capire quante bugie mi avessero raccontato le mie abitudini. Gli appigli e i punti fermi cercati dai miei sguardi erano molto più numerosi e consistenti di quanto avessi pensato, o di quanto mi fossi accorto. Mi sarei perso, mi sarei dovuto perdere. E sarei dovuto arrivare a volermi perdere, come in ogni viaggio che si rispetti. Sapevo bene di essere un ospite allo stesso tempo di una “casa” che mi accoglieva, ossia IRIFOR e in particolare la sua “Sala Rossa”, e di un mondo che non conoscevo e in cui sarei dovuto entrare con enorme rispetto: il buio.
Al pomeriggio, durante le prove del suono ho visto la sala e la platea vuote. Mi sono illuso di prendere le misure, ma non potevo immaginare quando quel luogo si sarebbe trasformato senza vederlo. E in una frazione di secondo, in tempo per sentire l’adrenalina arrivare, era ora di spegnere le luci.
E così, seduto sulla mia sedia, con la chitarra in braccio e le mani appoggiate sulle ginocchia, al buio, ho atteso. Ho aspettato che tutti gli ospiti venissero accompagnati e guidati ai loro posti, tra risate nervose, scherzi e sospiri e tutto ciò che provavano capendo di non essere più padroni della situazione.
Respiravo, e chiedevo alle mie orecchie di leggere la situazione in sala, ma i rimbalzi, le rifrazioni e le propagazioni imprevedibili del suono mi hanno ancora una volta risposto che era necessario abbandonarsi.
E così è stato. Io e il pubblico abbiamo giocato ad armi pari, abbiamo stretto un patto di fronte a chi era padrone del mondo che ci ha ospitato: ci saremmo persi insieme.
Il traguardo
Non era il concerto perfetto, ma quello vero. E così è stato. Abbiamo parlato con mezzi diversi l’unico linguaggio comune, quello delle sensazioni, prima ancora che quello dei suoni.
Mai, prima di quel momento, ho avuto l’impressione di trovarmi così vicino al pubblico, fisicamente ed emotivamente. Mi è sembrato che ci conoscessimo, che avessimo percorso un pezzo di strada insieme, vissuto qualcosa che ci aveva fatti scoprire simili. Ed era proprio così.
Nel buio della Sala Rossa mi sono commosso, ho avuto i brividi, ho avuto paura e mi sono perso. Ho riso, ho sbagliato qualche accordo, mi sono fidato, ho scritto una canzone e l’ho cantata per la prima volta. E forse Yeats è stato persino parsimonioso nello scrivere “quando guardi nel buio, c’è sempre qualcosa”. Se hai il coraggio di prenderti il tempo, nel buio c’è ogni cosa. E nel buio, quello del concerto come quello della notte di Trento, mi sono soprattutto sentito un po’ parte di una nuova, bellissima famiglia. Ferdinando, Irene, Dario, Sandrino, Giovanni e Nicolas mi hanno accolto con gentilezza e pazienza. E fra racconti, gesti, parole e al suono che hanno le risate quando vengono dal cuore, mi hanno regalato e insegnato molto più di quanto io possa spiegare, dimostrandomi ancora una volta, in un nuovo modo che avere il coraggio di perdersi un po’ è davvero l’unica strada per trovarsi. Forse lontano dagli occhi, ma vicino al cuore.
(di Jack Jaselli)