ALTO CONTRASTO -a +A

Siamo tutti ciechi

(tratto da “Il Messaggero di Sant’Antonio” – gennaio 2015)

Nella giornata internazionale contro la violenza alle donne ho avuto la fortuna di trovarmi al museo Mart di Trento e Rovereto per inaugurare una mostra di lavori di ceramica realizzati da donne vittime di abusi e dai loro figli. È lì che ho conosciuto Irene Matassoni, membro dell'associazione Falena Blu che ha promosso il laboratorio creativo. Irene è una ragazza spiritosa con una zazzera riccia di capelli rossi che si tocca continuamente. “Non è vero che sono rossa, sono bionda! I rossi non mi piacciono, hanno un brutto carattere.” Ride intimidita e scuote la testa fulva mentre insieme ai suoi amici mangiamo in una trattoria; tra una polentina e un salume dell'Alto Adige la osservo muovere la forchetta nell'aria come una bacchetta magica mentre mi racconta l'orgoglio di un impegno che è passione molto prima che mestiere. È giovane, ma nell'ascoltarla parlare mi appare evidente che il lampo di rosso che illumina la chioma cortissima è davvero una bandiera di determinazione e anticonformismo che oggi ho visto alla prova con le donne abusate, ma che questa ragazza tira fuori tutti i giorni nel suo mestiere. Fa un lavoro strano, Irene: ribalta stereotipi sulla cecità e lo fa in modo del tutto inconsueto. Immaginate di entrare in un bar per prendere il caffè e ritrovarvi nell'oscurità più completa appena chiusa la porta alle vostre spalle. Immaginate che in questa condizione di cecità totale siate costretti ad affidarvi alle mani di una persona che, a differenza di voi, in quel buio sembra sapere esattamente come muoversi. Questa persona vi accompagnerà al tavolo, vi servirà il caffè e starà attenta che l'assenza di visione non vi causi alcun pericolo, ma solo l'emozione di confidare almeno per una volta negli altri quattro sensi, quelli che, travolti dalla dittatura della visione, così poco spesso ci ricordiamo di possedere. Non potete saperlo, ma la persona a cui vi siete affidati dentro a quel bar è cieca o ipovedente e quelli perfettamente vedenti in teoria siete voi; ma il ribaltamento delle percezioni inverte del tutto il senso di queste due parole, rivelando a voi, vedenti temporaneamente “accecati”, il limite che si nasconde nel concetto presunto (e presuntuoso) di normalità. L'esperienza del caffè vissuto in questo singolare modo si chiama Bar al Buio e si sviluppa in un camper senza finestre adibito a caffetteria ambulante che gira le scuole e le piazze del Triveneto per iniziativa della cooperativa sociale trentina per cui lavora anche Irene. Questo esperimento, che ha ormai diversi anni di vita, riesce nel miracolo di rivelare agli avventori la potenzialità ricchissima nascosta dietro a quello che comunemente definiamo disabilità. I vedenti che si mettono nelle mani assai più abili dei ciechi hanno la possibilità di comprendere che le abilità hanno molte facce e che vederne una soltanto, di solito la propria, rivela che l'incapacità di osservare la realtà non è necessariamente un difetto degli occhi: spesso è la miope condizione dello spirito di chi è convinto di vederci già benissimo. Non glielo chiedo, ma sono sicura che Irene ha letto certamente il romanzo Cecità, il capolavoro di Josè Saramago ambientato in un mondo distopico dove per un'epidemia tutti gli abitanti di una città all'improvviso diventano ciechi e, incapaci di riconoscere negli altri dei compagni nelle stesse condizioni di brancolamento, si inferociscono a vicenda rubandosi il cibo e tornando gradualmente allo stato dell'inciviltà. Il grande scrittore portoghese intese la cecità del romanzo proprio come metafora per i vedenti e come critica al sistema capitalista che tutti ci acceca, convincendoci che abbia un senso accaparrare nelle mani di pochi la ricchezza naturale che basterebbe a sfamare l'intero mondo. La cooperativa dove lavora Irene cerca di fare esattamente il contrario, condividendo la consapevolezza di poter essere, a seconda delle situazioni, tutti abili gli uni per gli altri. “Organizziamo ormai da diversi anni anche le cene al buio ed è forse la cosa più divertente” - mi confida entusiasta - “perché il menù è a sorpresa e per accompagnarlo chiamiamo qualche volta anche dei musicisti che eseguono le performance in assenza totale di visibilità, rendendo nuova l'esperienza della musica per loro e per chi ascolta.” Questo lavoro di sensibilizzazione affianca le attività più specifiche degli operatori della cooperativa di Irene, una delle quali è quella di accompagnare in giro per il Trentino un altro camper, una vera e propria unità mobile oftalmica, che è dotato dell'attrezzatura oculistica completa per fare lo screening visivo. “Il Trentino è una regione piccola, ma molte persone vivono nelle valli e anche per ragioni logistiche spesso trascurano i controlli verso disagi fisici che non causano dolori immediati.” - mi spiega Irene, che viene da una piccola comunità della campagna trentina e sa bene di che tipo di isolamento parla - “La cura della vista è una delle più sottovalutate, mentre con la diagnosi precoce è possibile prevenire molte patologie che col tempo e la trascuratezza tendono a diventare invalidanti.” Sorride fiera di sé e io capisco che è solo così che cambia in meglio questo paese, passando dalle donne ferite che diventano artiste agli amici ipovedenti che si riscoprono abili, e usando con la stessa libertà espressiva la ceramica modellata, l'oscurità di un ristorante o un caffè bevuto al buio. Sono le donne come Irene che lo fanno cambiare: senza chiasso, in periferia, a luci spente e a braccia aperte.
(Michela Murgia)