ALTO CONTRASTO -a +A

Esperienze e progetti

(tratto da “Altri spazi: abitare l’educazione” – novembre 2013)

Una merenda al buio
Un’esperienza di inclusione alla scuola dell’infanzia

(di Luisa Fontanari)

“Impara a sentire il respiro del mondo. Impara a vedere com’è il mondo di chi non lo vede, impara a risvegliare i tuoi sensi: l’olfatto, il tatto, il gusto, l’udito, ma soprattutto il suore, il sesto senso che a volte gli uomini non usano.”
(Almost blue - Carlo Lucarelli)

La scuola equiparata dell’infanzia di “Rione Degasperi” a Riva del Garda ha accolto negli ultimi tre anni un bambino ipovedente a cui si è aggiunta in seguito la sorellina, anche lei con lo stesso deficit visivo. L’incontro con una situazione nuova all’inizio ci spaventava perché non sapevamo cosa aspettarci veramente, emergeva per lo più il deficit e la nostra difficoltà a rapportarci con il non conosciuto, ciò che era diverso dal consueto. Non conoscendo il bambino, non sapevamo come avrebbe reagito, considerando anche la provenienza da un’altra cultura, con abitudini e lingua diverse. Ci sembrava che le difficoltà fossero doppie: non poteva contare sui suoi occhi per rendersi conto di quello che succedeva e nemmeno sull’ascolto delle parole, così diverse da quelle a cui era abituato in famiglia.
Ci siamo ben presto resi conto che il bambino aveva molte risorse, con un grande desiderio di venire a scuola e stare con altri bambini e con una grossa spinta a fare come gli altri. La cosa che più ci ha colpito è stato probabilmente questo suo desiderio di fare, di partecipare a ogni iniziativa e proposta didattica, di voler far parte del gruppo insieme agli altri bambini, di voler essere come gli altri, e questo era quello che lui ci comunicava. Questo atteggiamento ha favorito in tempi rapidi molti apprendimenti, a partire dalla lingua italiana, dall’organizzazione della giornata, fino all’orientamento negli spazi della sezione e della scuola.
È stato importante il supporto fornito fin da subito dall’IRIFOR di Trento, attraverso gli incontri con la psicologa che seguiva la situazione dei due fratellini e che ci ha aiutato un po’ alla volta a capire che dovevamo imparare a considerare le cose in modo diverso, da un’altra prospettiva, e non dare per scontato nulla. In particolare era importante sostenere l’esplorazione degli oggetti attraverso il tatto, con attenzione a una certa sistematicità della proposta, così che il bambino potesse costruirsi un’immagine mentale abbastanza precisa degli oggetti e l’esplorazione dello spazio interno ed esterno della scuola in modo da facilitare la comprensione dell’organizzazione degli ambienti, della collocazione di arredi, giochi e strutture.
Se a livello educativo-didattico si è cercato quindi di mettere in atto strategie adeguate per aiutare il bambino a muoversi agevolmente negli spazi e a utilizzare giochi e materiali, sul versante professionale le insegnanti erano impegnate a rimettere a fuoco una serie di aspetti che normalmente venivano dati per scontati, come ad esempio prestare attenzione quando si modificavano gli spazi, cambiando il posto agli arredi o ai giochi, facendo in modo che il bambino potesse esplorare la nuova sistemazione e conoscerla; ma anche aver cura al linguaggio e al tono della voce nel momento in cui ci si rivolgeva ai bambini, in modo che la comunicazione fosse chiara e senza ambiguità; fare in modo che le immagini utilizzate fossero di dimensioni adeguate e poste su uno sfondo in contrasto in modo da renderle maggiormente percettibili; aiutare il bambino nella formazione dei concetti relativi a contenuti concreti e presenti ma anche a oggetti e situazioni no presenti o pi astratte.
Era però importante che tutti si sintonizzassero su questa problematica e che si cogliesse l’occasione per un approccio collegiale al tema della ipovisione. Così abbiamo colto il suggerimento di Tatiana Filomeno, la nostra Responsabile dell’Unità specialistica per l’Integrazione scolastica, di avere un incontro specifico con la psicologa dell’IRIFOR Roberta Zumiani per capire meglio le difficoltà che incontrano le persone ipovedenti e come la scuola dell’infanzia può sostenere l’apprendimento dei bambini con questo deficit sensoriale. L’incontro ha coinvolto tutte le insegnanti della scuola e tutto il personale ausiliario, la Presidente, la coordinatrice e Tatiana Filomeno.
Nell’incontro sono stati affrontati diversi aspetti che riguardano l’ipovisione, sia sul piano percettivo, ma anche su quello psicologico, sociale, cognitivo secondo un approccio che si basa sull’inclusione dei bambini e sulla loro integrazione nel progetto scolastico. Abbiamo inoltre provato a metterci per un momento nei panni di persone ipovedenti indossando degli occhiali particolari che modificavano la visione con modalità diverse provando a mettere a fuoco un oggetto e cercando di capire di cosa si trattava e ci siamo resi conto del grosso sforzo che questo comportava e delle difficoltà a percepire gli oggetti nella loro interezza.
È stato importante come scuola nella sua dimensione più ampia, con il coinvolgimento di tutto il personale, partecipare insieme a questo incontro, che non è stato utile solo a livello di conoscenza di aspetti specifici del deficit, ma soprattutto per maturare il senso del farsi carico dei problemi a livello di scuola che implica lo sforzo di tutti di tenere insieme e di non frammentare o separare, pensando che le nuove conoscenze acquisite avrebbero arricchito ciascuno di noi e ci avrebbero consentito di aggiungere valore alla qualità dell’offerta educativa della scuola.
Un altro fattore importante è stata la scelta di avvalersi, dopo il primo anno di frequenza del bambino, della figura professionale del facilitatore della comunicazione (Silvia nel secondo anno e Daniela nel terzo), al fine di offrire un supporto specifico alla situazione. Nella pratica si è visto come, lavorando insieme a stretto contatto con i bambini e mantenendo vivi la comunicazione e il confronto sulle esperienze e sulle metodologie, insegnanti e facilitatrice siano riuscite a instaurare una positiva collaborazione integrando le rispettive conoscenze e mettendole in gioco nella quotidianità.

“Non si vedevano le cose e dovevamo indovinare i sapori”
“Mi è piaciuto quando la coperta mi toccava durante il racconto.”

L’attenzione diffusa sollecitata dalla necessità di accogliere il bisogno specifico del bambino – che ha portato la scuola a ripensare con una cura rinnovata arrendi, spazi, materiali, ma soprattutto modalità di proposta e di sostegno alla scoperta e all’interazione – ha trovato anche la possibilità di prendere la forma di un’esperienza didattica particolare. È in questo contesto, infatti, che è nata l’idea di proporre ai bambini un’esperienza nuova che potesse consentire di mettersi nei panni del loro compagno e quindi svolgere un’attività consueta come la merenda in condizioni differenti dal solito. L’iniziativa ha coinvolto la sezione in cui era inserito il bambino ed è stata supportata da due operatrici dell’IRIFOR che hanno portato dei materiali su cui i bambini e le insegnanti hanno lavorato.
Affidiamo il racconto dell’iniziativa alla testimonianza dell’insegnante Maria Cristina Masè:
“I bambini dell’aula Sole hanno vissuto un’esperienza veramente significativa, proposta per la prima volta in una scuola dell’infanzia. Quest’iniziativa è stata progettata data la presenza nella nostra sezione di un bambino ipovedente. L’obiettivo che mi sembrava importante raggiungere con i bambini era quello che avevo vissuto io qualche tempo prima durante una cena al buio (anche in riferimento alla curiosità che aveva scatenato nella mia bimba un percorso fatto con l’unione ciechi di Arco) ossia provare a immedesimarsi con una persona che vive nell’oscurità e nelle relative difficoltà che deve affrontare. Noi insegnanti, con la collaborazione dell’istituto IRIFOR di Trento, abbiamo quindi proposto ai bambini una merenda al buio.
Abbiamo creato nei bambini un po’ di suspense, ma li abbiamo anche rassicurati sul percorso che avremmo intrapreso e sul fatto che noi saremmo state lì con loro. Qualche giorno prima i bambini avevano ascoltato la storia che ci era stata proposta e che parlava di un bambino ipovedente di nome Luciano. Avevano anche provato con Daniela, la facilitatrice alla comunicazione, a scrivere i nomi dei bambini in Braille.
Entrati in una stanza illuminata solo da due candele i bambini accettano di sedersi al buio e si presentano alle due collaboratrici che li invitano a chiudere gli occhi e ad ascoltare una storia che era già stata letta alcuni giorni prima in aula. Una storia accompagnata da suoni, rumori, profumi, sensazioni.
Finito il racconto inizia l’assaggio dei cibi preparati in precedenza: fette biscottate con marmellata o cioccolata, biscotti confezionati il giorno precedente dai bambini stessi, spicchi di mandarino e mela, succo di frutta. I bimbi assaggiano con piacere e cercano di riconoscere i sapori. Il tutto avviene in modo tranquillo, si mantengono i toni della voce molto bassi e i bambini si scambiano considerazioni.
Nei giorni seguenti diversi genitori hanno riportato considerazioni e riflessioni che i bambini avevano condiviso in famiglia, cosa che ci ha fatto capire che l’esperienza era stata vissuta in maniera coinvolgente”.

L’inclusione scolastica

È il processo attraverso il quale il contesto scuola, nei suoi diversi protagonisti, assume le caratteristiche di un ambiente che risponde ai bisogni di tutti i bambini ognuno diverso dall’altro. Dunque lo sguardo è sull’alterità.
In via preliminare l’incontro con l’altro appartiene alla sfera dell’alterità culturale. L’incontro culturale no possiede simmetria, è un confronto non scontato, mai garantito, perché l’alterità porta con sé qualcosa di differente, porta con sé sensi di vita differenti. È un incontro che ci costringe a ripensare ai nostri modelli culturali, ma anche ai nostri dispositivi di risposta, che naturalmente non potranno rimanere gli stessi. Per costruire una cultura inclusiva nella quale le differenze siano veramente considerate risorsa dobbiamo quindi rinunciare a un pensiero univoco per poter discutere e negoziare il punto di vista dell’altro.
A scuola la progettualità può valorizzare le differenze dei bambini, del bambino e tra i bambini, diversificando le metodologie, i tempi, gli strumenti, gli spazi nell’attuazione del progetto educativo. Non basta assicurare a tutti l’uguaglianza delle opportunità educative: ogni bambino va accolto e ascoltato in maniera differente. Una cultura inclusiva valorizza le differenze quando permette all’altro di ricavarsi uno spazio di sviluppo che diventi poi anche uno spazio di successo.
Cogliendo le differenze, inoltre, conosceremo forme di comunicazione differenti. Ad esempio se parliamo di disabilitò sensoriali tutti i bambini potranno accostarsi alla lingua dei segni o al braille e, nel caso di bambini ciechi o ipovedenti, non ci si limiterà solo alla valutazione in termini precisi e accurati del funzionamento visivo del bambino – che pure è importante per proporre maetriale didattico adeguato e calibrare gli obiettivi educativi – ma si cercherà di costruire un vero dialogo in cui, accogliere le differenze, avrà l’obiettivo di armonizzare appartenenze culturali diverse tra loro.
(Tatiana Filomeno, responsabile tecnico dell’Unità specifica Integrazione Scolastica)

La Cooperativa IRIFOR a servizio delle persone cieche e con deficit visivo

La Cooperativa IRIFOR del Trentino Onlus si occupa della presa in carico globale della persona cieca, ipovedente e pluriminorata attraverso servizi e interventi costruiti in risposta alle esigenze ai bisogni specifici dell’utente.
In particolare IRIFOR promuove l’intervento precoce e sostiene con un percorso abilitativo e riabilitativo bambini e ragazzi nella fascia d’età che va dalla prima infanzia ai 18-20 anni.
Tale percorso avviene attraverso l’affiancamento scolastico del facilitatore della comunicazione e dell’integrazione e, dove necessario, del lettore domiciliare. La presa in carico ha inizio fin dal primo incontro con le famiglie, alle quali viene offerto supporto psicologico e terapeutico.
Il servizio mira a favorire la costruzione di autonomia e inclusione sociale sia in ambito scolastico che professionale permettendo all’utente di rimanere agganciato al territorio d’origine e alla propria rete familiare.
La figura professionale del facilitatore della comunicazione ha il compito di arricchire la didattica integrandola con strategie e strumenti efficaci e condivisibili per tutti.
In quest’ottica, e per favorire un primo approccio verso la disabilità sensoriale visiva, è nato il progetto della Merenda al Buio, un laboratorio sensoriale che, attraverso la lettura animata di una fiaba e una merenda al buio, ha visto tutti i bambini avvicinarsi al codice Braille e ha portato la conoscenza delle principali problematiche in modo semplice e positivo.
Da un’intervista a Giulia Pieropan (coordinatrice), Daniela Bortoli (facilitatrice della comunicazione), Roberta Zumiani (psicologa)